Time management
..cinquemiladuecento settimane da vivere.

Nella malaugurata eventualità dovessi io campare cent’anni, dovrei, a rigore d’aritmetica, avere a mia disposizione cinquemiladuecento settimane da vivere. Poche? Molte? Bah!

Se fossi uno di quelli che sa a memoria tutti i modi di dire, potrei divertirmi a sfoggiare perle di saggezza e proferire certezze riguardo al modo in cui andrebbe interpretata la vita, se contano i minuti o contano le ore, se contano le azioni buone o quelle cattive. Ma a me, di dire come andrebbe interpretata la vita non m’interessa interessa proprio.

E poi, scusate, invece di stare qui a raccontare di come andrebbe vissuta la vita, io proverei piuttosto ad organizzare le mie cinquemiladuecento settimane senza perdermi in chiacchiere inutili.

Bene. Iniziamo!

Allora, diciamo che andrebbe innanzitutto eliminata tutta quella parte corrispondente ai primi dieci anni di vita, quegli anni in cui sei troppo piccolo e fai solo quello che ti impongono di fare. Quell’età in cui sei più che altro assimilabile ad una marionetta, del tipo:

–                    …metti il bimbo li

–                    “Ma come metti il bimbo lì? Non sono mica un oggetto”

–                    …ora chiudi gli occhi e dormi!

–                    “Non devo dormire, voglio ancora giocare”.

–                    Su mangia tutto, fai il bravo,

…e poi vomiti, perché non hai fame

–                    …e il bambino ha vomitato

–                    “E sì che vomito, non mi sembra di aver detto di voler mangiare. Il pianto di prima era per il cattivo odore che fuoriesce dalla bocca della zia, ma mi si deve avvicinare necessariamente a questa distanza?

–                    Bisogna mandarlo all’asilo.

–                    “All’asilo non ci voglio andare”

–                    Mica può stare solo a casa

–                    “Come no? Lasciatemi solo che io solo sto meglio, anzi no, voglio una babysitter giovane e bella”.

–                    A quattro anni gli facciamo fare la primina

–                    “No per carità, la primina no! Quelli del ’77 mi sono antipatici”.

–                   mandiamolo già imparato alla prima elementare

–                    “Scusate, cosa intendete per “già imparato”?”

–                    Vieni qui Marco, che ti insegno l’alfabeto.

–                    “Ma scusate, tra un mese inizia la scuola, cosa ci vado a fare se conosco già l’alfabeto?”

–                    Vieni qui Marco non fare il cretino, allora iniziamo con le consonanti: ‘B’ come Bam ..?

–                    “Senti, ho solo quattro anni, ed è estate, devo giocare, e comunque inizierei dalle vocali se possibile, le pagano meglio, sai com’è…

–                    Marco ti ho detto di non fare lo stupido. Vieni immediatamente qui che ti devo insegnare l’alfabeto!.. ‘B’ di…?

–                    “Ma va… B di bbleehh buuuuh, braaaadarana….bocchini!”

E ti arriva un ceffone in pieno viso! Non sai neanche dove hai imparato quella parolaccia, ma con occhi sbarrati per aria, ripeti ancora “bocchini?”.

Ma non mi importa, nella vita si prendono anche gli schiaffoni, fanno parte del conteggio delle settimane a tua disposizione.

Bene, proseguiamo il conteggio e, a proposito di schiaffoni, includerei diciamo un paio di settimane di schiaffi. Potrebbero andare? Non so se sono troppi oppure pochi, certo è impossibile pensare levarsi dal groppone tutti i ceffoni della vita in una volta. Essere presi a schiaffi per due settimane di fila sarebbe un tantino problematico sia per la faccia che per la propria scatola cranica. Diciamo che gli schiaffi vanno rateizzati sicuramente. Sperando di non dover pagarne gli interessi.

Dunque dieci anni li abbiamo buttati via inconsapevolmente, e si tratta di ben cinquecentoventi settimane, più due settimane di schiaffi: ne ho già utilizzate cinquecentoventidue.

Diverse volte alla TV ho sentito dire che un terzo della nostra vita lo trascorriamo dormendo. Alcuni di noi molto di più di un terzo. Un terzo di cinquemiladuecento è ….è …è tantissimo tempo: è la bellezza di millesettecentotrentatre virgola tre periodico. Vuol dire che periodicamente bisogna perdere un po’ del proprio preziosissimo tempo per dormire. Anche qui non c’è altra soluzione, non posso dormire per millesettecentotrentatre virgola tre periodico settimane di fila, si chiama “coma” questa cosa qui.

Restano così ancora duemilanovecento quarantaquattro virgola sette settimane e devo ancora considerare azioni basilari e che richiedono tempo come ad esempio mangiare, evacuare, prendere l’ascensore, stare in fila nel traffico, litigare con quello che mi taglia la strada, rimanere a bocca aperta davanti all’idiozia, beffarmi delle coppiette che s’instupidiscono davanti ai tramonti, osservare la camminata delle ragazze in metropolitana e per la strada, uscire, bere, fumare, fare la fila alle poste, trovare scuse, trattare male le persone che mi vogliono bene, fare i dispetti, sfottere i colleghi di lavoro, insultare i capi, lamentarmi di ogni cosa, rilassarmi, spostarmi da un punto e l’altro dello spazio terrestre come se servisse a qualcosa. Di tutto questo forse le uniche cose che sono veramente utili e indispensabili sono quelle strettamente biologiche, quelle naturali, senza le quali non sopravvivi.

Approssimiamo però per eccesso, perché i ragionamenti con le virgole non mi piacciono. Diciamo che ho ancora a disposizione millecinquecento settimane.

Millecinquecento settimane! Cavolo! Che età avrò quando mi mancheranno millecinquecento settimane da vivere?

Ma chi se ne frega, ma perché devo ora tediarmi con questi ragionamenti sull’età. E poi sappiamo tutti che ogni età ha il suo fascino, no?!

Aspetta, dimenticavo: quante ore ci soffermiamo a sentire gli odori, i nostri oppure quelli degli altri? E quanto tempo ancora ci paralizza la musica o una telefonata, una carezza o una bestemmia per il contatto con una superficie tagliente o incandescente o ghiacciata? E qui tocca toglierne almeno un centinaio di settimane. Un centinaio meno millecinquecento fa millequattrocento.

Il dovere. No, questo non ci voleva. Ho dimenticato il dovere! Anche in questo caso il dovere è dovuto. Credo che il tempo rimasto lo debba destinare ai doveri; ai doveri di studente, di lavoratore, di cittadino. Devo spendere le ultime settimane rimaste a guadagnarmi da vivere, in un percorso lungo, noioso e faticoso, studiando materie di cui non m’importa nulla, lavorando per cose di cui non vedrò mai la fine e appassionandomi solo in cambio di denaro.

E allora rubo una settimana. Non ho mai rubato nulla nella mia vita, neanche gli spettacoli teatrali agli amici come hanno fatto loro con me.

Penso che ruberò di nascosto alla vita una settimana di tempo per poter fare davvero, per la prima, volta quello che davvero mi piace. Proprio ora lo devo fare. Proprio ora che ne sento l’esigenza e il coraggio.

Non vedo l’ora. Inizio a sentire l’eccitamento di dover decidere cosa fare in questa mia settimana. Sento come se avessi vinto alla lotteria dovessi liberarmi della mia vecchia vita e decidere come impostare la mia nuova, e sicuramente migliore esistenza. Vediamo, m’interrogo su cosa mi piace davvero fare.

Mangiare? No quello lo faccio già. Devo stare attento a non replicare attività già fatte.

E allora: fare all’amore. No, anche questo, già fatto. Sì bello, certo, fare l’amore è bellissimo, ma io voglio qualcosa di veramente mio, intimo ed originale!

Sono stanco, penso che prima di tutto cercherò di farmi una bella dormita, magari mi schiarisco un po’ le idee. Solo che so già che dormirò per ben un terzo della mia vita, proprio ora che intendo godermela, non posso soltanto dormire.

Cosa faccio allora? Aspetto che mi venga una buona idea! Ma no ho già aspettato tanto nella mia vita: alle poste, dal medico, nel traffico….

E che faccio allora? Oddio, sto entrando nel panico, non riesco a farmi venire in fretta un’idea su come trascorrere l’unica settimana di vita davvero mia.

Che faccio? Vado da mia madre e le dico che la amo. Questo lo posso anche fare, ma non mi completa, non riempie la mia settimana; pensate: una settimana di edipica dichiarazione d’amore.

Per dichiarare l’amore ci si mette pochissimo. Forse, in molti casi, nei casi più veri, neanche serve dichiararlo.

E allora, quanta stupidità nel trovare un senso ad una serie di azioni, di avvenimenti, di casualità che compongono la nostra altrettanto casuale vita. Tanta passione e tante energie nel pensare a come rendersi indispensabili, unici e fondamentali per noi stessi e per gli altri.

Ma fermandomi a ragionare arrivo alla conclusione che si tratta di sforzi vani, sterili e perituri esattamente come ciò che compone materialmente la nostra vita.

Essa non è altro che tutto ciò che compio ogni giorno, nella sua più pura semplicità.

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